La Donna Allo Specchio - 1. Agnese

scritto da paroleafiordipelle
Scritto Un anno fa • Pubblicato 8 ore fa • Revisionato 8 ore fa
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Visto che qualcuno ha suggerito che potrei scrivere anche qualcosa di diverso rispetto i miei racconti erotici, voglio condividere con voi il mio romanzo. Sarà diviso in capitoli. Il numero del capitolo lo trovate nel titolo! Attendo commenti! Gra
- Nota dell'autore paroleafiordipelle

Testo: La Donna Allo Specchio - 1. Agnese
di paroleafiordipelle

Seduta al bancone di un bar dell’aeroporto di Heathrow, sbircio lo schermo del cellulare in attesa di un suo messaggio.

In quel momento, il telefonino mi vibra tra le mani e per poco non lo faccio cadere.

«Pronto?»

«Sei partita?»

Non un ciao, non un come stai. Così erano diventate le conversazioni con mio marito.

            «Buongiorno a te. No, Marco, l’imbarco è tra trenta minuti.»

            «Ah, ok. Ho appena lasciato i bambini a scuola. Ci sentiamo dopo.» Click.

Di nuovo, non un ciao, non un ti voglio bene.

Sospirando, mi chiedo come siamo arrivati a tanto. Eravamo una coppia invidiabile. Lui, figlio di un bancario e di una dipendente comunale, io di una scrittrice e di un ingegnere.

Non ci mancava nulla. Eppure…

            Pago alla cassa il mio caffè macchiato e mi dirigo al gate. Pochi minuti dopo, l’hostess annuncia l’imbarco per i passeggeri prioritari. Prendo il trolley avviandomi verso l’ingresso del piccolo corridoio mobile che connette lo stabile all’aereo.

            Una volta al mio posto, invio un messaggio a mia madre:

“Ciao mama, sto partendo. Ci vediamo al mio arrivo.”

Mama, con una emme sola. Si, perché i miei genitori, sebbene abitassimo in Italia, mi hanno cresciuta bilingue, e in casa nostra la lingua predominante è sempre stata l’inglese. Una delle mille regole imposteci fin da bambini a me e a mio fratello Sandro.

            Metto le cuffiette e accendo la musica. Scelgo un album degli Imagine Dragons. Non li ascolto da una vita. Non ho voglia di leggere, men che meno di lavorare. Da oggi, per sette giorni, sarò in vacanza e, per una volta, voglio godermela.

Quando il mio capo mi ha concesso la settimana di Natale, quasi non ci credevo. Ho subito chiamato subito mamma, avvertendola che saremo arrivati tutti, ma io due giorni prima.

«E i piccoli?» Aveva chiesto.

            «Ci raggiungeranno la vigilia di Natale, insieme a Marco.»

            «Quindi avremo due giorni tutti per noi?»

            «L’idea era quella.»

Mia madre squittì esaltata. Aveva ormai superato i cinquant’anni, ma i suoi modi e il suo entusiasmo per le piccole cose, erano esattamente gli stessi che aveva avuto tutta la mia vita.

            «Preparerò le lasagne!»

            «Ok, ma procurati anche del vino.» Le risposi impaziente di potermi rilassare.

 

            Il volo da Londra a Venezia dura poco. Ho appena il tempo di prendere un altro caffè prima dell’atterraggio.

            Attendo paziente il mio bagaglio al carosello e, recuperandolo, mi avvio verso l’uscita.

La scorgo subito; appena fuori dalla porta con un tulipano giallo, il mio fiore preferito. Sorride di cuore, con quelle fossette che la caratterizzano e i riccioli raccolti in uno chignon scomposto.

            «Nessina, finalmente!» Mi abbraccia forte. Non la vedevo da due mesi.

La rimprovero per l’ennesima volta per quel soprannome che non sopporto ma che lei si ostina a darmi.

«Hai fatto buon viaggio? Hai già fatto colazione? Vuoi che prendiamo qualcosa prima di andare a casa?» Mi sommerge.

«Tranquilla, sono a posto, ho appena mangiato.» Mento.    

La sua Volvo è parcheggiata poco lontana. Camminiamo abbracciate, lei con la valigia grande, io con il trolley, come fossi una bambina.

            Durante il tragitto in auto, parliamo del più e del meno. Mi racconta di zia Felicia e di sua figlia Corinna, che è andata a convivere con Theo, un ragazzo greco di cinque anni più grande di lei. Le ricordo che è come se fossimo cugine e che mi ha informata del cambio di residenza due settimane prima.

            Allora inizia a parlare del suo nuovo libro e di come siano ormai due mesi che non scrive una parola. La prendo in giro affermando che ne ha usate talmente tante nella sua vita che probabilmente le ha finite tutte.

            «Sei proprio crudele con la tua povera mama.» Finge indignazione. «Ma non posso darti torto.» Ammette con una smorfia.

            Il viaggio continua tranquillo. Ascoltiamo la nostra playlist, un insieme di canzoni che ci siamo scambiate negli ultimi quindici anni. È innegabile che i miei gusti musicali siano stati influenzati dai suoi. Ha sempre ascoltato un’infinità di musica, canticchiando in qualunque momento, specialmente in macchina, e obbligando il povero daddy a mettere il suo account di Spotify anche quando guidava lui. Però è sempre stata aperta alle nuove proposte che le inviavo, e così la lista si è allungata a dismisura.

            Arriviamo davanti casa cantando a squarciagola un testo di Britney Spears, una famosa popstar della sua adolescenza.

            La bifamiliare è rimasta sempre uguale, con gli infissi bianco latte e il colore salvia scelto dai miei genitori quando hanno finito di ristrutturarla. Mamma se ne occupa in modo eccellente, ma è una casa grande per una persona sola.

            Per questo motivo erano due anni che la spingevo a trasferirsi vicino a noi, in città. Il suo sogno è sempre stato di poter tornare a vivere negli Stati Uniti, ma, malgrado la morte di mio padre, non se la sentiva di frequentare i suoi nipotini qualche volta l’anno. Allo stesso modo non voleva lasciare il posto dove, per la prima volta, era riuscita a costruire qualcosa, con suo marito. Sicché, ha deciso di rimanere nella casa dove sono cresciuta, visitandoci spesso. E così facevamo noi con lei.

 

            Mi sono trasferita a Bologna quando ho iniziato l’università e dopo poco ho conosciuto il mio attuale marito. È stato amore a prima vista.

            Quando l’ho detto a mia madre pensavo mi prendesse in giro. Lei, romantica ma pragmatica, era anche la persona a cui non avevo mai saputo nascondere nulla.

            Lo capì subito, quando tornai a casa per la pausa estiva, che qualcosa era cambiato.

«A cosa lo dobbiamo questo sorriso, Nessina?» Indagò durante il pranzo.

«Cosa? La nostra piccola felice? Impossibile!» Incalzò daddy.

«Ah. Ah. Ah. Simpatici.»

«E quindi?» La curiosità dei miei genitori era incontenibile.

«Ho conosciuto un ragazzo.»

Ricordo ancora la loro espressione sorpresa.

Raccontai loro del nostro incontro sull’autobus finché andavo in facoltà e di come mi aveva confessato di salire sul 20 solo per contemplarmi, anche quando arrivavano altri bus. Risi nello spiegare il suo primo approccio; l’osservazione da lontano, le tecniche di avvicinamento, lo scambio goffo dei numeri di telefono, terminando con il giorno in cui mi aveva aspettata fuori dal DAMS per invitarmi a pranzo.

            Erano euforici nel vedermi così felice, specialmente dopo avermi dovuta consolare per mesi a causa di una relazione finita male, con il mio primo ragazzo, Luca.

            Poi è arrivata la proposta di lavoro a Londra e, spronata da lei, ho accettato, facendole promettere, però, di trasferirsi quanto prima in Inghilterra.

 

«Vieni, poggia la valigia.» Mi sollecita mia madre aprendo la porta di casa. «Hai sete? Vuoi un bicchiere d’acqua? Hai fatto colazione? Preparo un tè?»

            «Mama, sto bene, tranquilla. Un tè però lo prendo volentieri.» La assecondo per tranquillizzarla.

Non è un caso, se mia madre, a distanza di anni, è preoccupata per la mia alimentazione.

Avevo circa dieci anni, una bambina se ci penso ora. Iniziai a scrutarmi allo specchio e a ritenermi grassa, specialmente nelle cosce.

Mamma e papà continuavano a dirmi che ero bellissima ma io pensavo lo dovessero dire per il ruolo che ricoprivano.

            Ero una delle poche ragazzine della mia classe ad avere il ciclo; il mio seno era cresciuto molto e le mie forme erano cambiate. Non mi piacevo affatto.

Così ho iniziato a digiunare. Ad andare a letto pur di non mangiare. A saltare la corda dopo i miseri pasti che mi concedevo e a salire e scendere ripetutamente le scale nella speranza di smaltire il cibo ingurgitato.

Ovviamente non sapevo nulla né di nutrizione, né di disturbi alimentari.

Mi autoconvincevo che degli alimenti mi facevano ingrassare e le mie convinzioni diventavano leggi inconfutabili. Come il fatto che l’olio d’oliva nell’insalata facesse prendere peso, o che la pasta potevo mangiarla solo in bianco senza nulla.

I miei non sapevano più cosa fare. All’inizio si arrabbiarono. Iniziarono a minacciarmi quando non mangiavo. Poi mia madre, memore della figlia di un’amica che aveva attraversato una situazione simile, ebbe l’epifania.

            Chiamò la psicologa, la quale identificò subito il problema e ci indirizzò verso un’equipe per i disturbi alimentari. Da lì il calvario.

            Ricordo una sera, dopo la messa, mia madre seduta al mio capezzale che mi interrogava sull’omelia.

Il prete aveva detto che, se si desiderava l’aiuto di Dio, bisognava implorarlo.

Mi domandò se avessi mai cercato conforto in Gesù.

Calde lacrime iniziarono a rigarmi il volto intanto che rispondevo che lo pregavo tutte le sere di non soffrire più e di non fare più angosciare lei e daddy. Si mise a piangere insieme a me.

            Alla fine, dopo poco più di sei mesi, mi dissero che ero pronta per interrompere le sedute. Avevo ripreso qualche chilo e non saltavo più i pasti.

Scoprii solo qualche anno dopo che, in realtà, non si guarisce mai completamente da un disturbo simile. Mia madre questo lo sapeva già. Quello che ti insegnano, è a gestirlo, a controllarlo, ad individuare i trigger. Ma nei momenti di stress, una mente che è stata attaccata da questa malattia, cerca riparo e sicurezza nel controllo sul cibo.

 

            Una leccata di Olimpia, il cane di mamma, mi riporta al presente.

Con voce cretina, mi complimento con il pit-bull:

 «Ma quanto sei cresciuta! Quanto sei bella!»

Per tutta risposta si stende sulla pancia a caccia di coccole, e io l’accontento.

            «Dai Olly, lascia stare Nes! Accomodati.» Mi indica il salotto.

L’aria di casa mi avvolge. Percepisco il profumo familiare del deodorante da ambienti alla cannella che mia madre ha sempre messo da novembre a febbraio. Mi guardo attorno e noto che, nonostante qualche decorazione, non ha ancora preparato l’albero di Natale.

            «Mama, siamo in ritardo o sbaglio?» L’interrogo indicando l’angolo vuoto dove lo abbiamo sempre posizionato.

            «Aspettavo i miei cuccioli per farlo!» Risponde sorridente.

Mia madre ha sempre tenuto molto ai festeggiamenti. “Ci sono già tante cose brutte nella vita! Bisogna sempre trovare un motivo per celebrare!” Mi ripeteva.

E così organizzava compleanni con decorazioni a tema, torte fatte in casa che neanche in pasticceria ne trovavi di così belle, cacce al tesoro di Pasqua e ben due anniversari l’anno con papà - quando si sono conosciuti e quando si sono sposati. Ma il meglio di sé lo dava a Natale, la sua festa preferita.

            Ero certa che, addobbare l’abete senza il nostro daddy, le mettesse una tristezza infinita.

            «Capisco. Beh, Cami e Leo saranno elettrizzati! Anzi, che ne dici se invitiamo anche grandpapa per la preparazione dell’albero?» Suggerisco.

            «Ottima idea. Chiamalo tu. Sicuramente gli farà piacere. Io accendo il bollitore per il tè.»

            Prendo il telefono. Ancora nessun messaggio. Scrivo a Marco che sono arrivata a casa di mamma. Poi, compongo il numero del mio nonno materno e premo il tasto verde.

            «Pronto? Agnesina sei tu?»

            «Grandpapa! Come stai?»

Mi racconta degli acciacchi dell’età e di come sua moglie Claudia si sta occupando di lui benché non sia più giovanissima.

            «Nonno, ha otto anni più di mamma.» Commento divertita.

            «Eh, appunto, l’hai vista tua madre?» Scherza lui.

Nonno Silvio è sempre stato un punto fisso nella vita di mia madre. Non un marito ideale nei confronti di mia nonna Piera, ma un padre presente per i suoi due figli.

            Fingo di sgridarlo e lo invito per il ventiquattro anticipando la sua curiosità:

            «Ci saranno anche i gemelli!»

            «Allora ci saremo senz’altro! Chi si perde l’occasione di vedervi tutti?»

 

Ci sediamo al tavolo della cucina, dove mia madre ha già posizionato un vassoio di biscotti al burro. Intanto che sorseggia il suo tè, s’informa sul mio lavoro, sui bambini e su Marco. Ascolta le mie risposte con attenzione. Forse troppa visto che, poco dopo, mi inquadra un momento e chiede:

«Agnese, ma tu, come stai?»

Scrollo la testa cercando di rassicurarla.

«Tutto bene, sono solo un po’ stanca.»

Ma lei mi conosce meglio di chiunque altro al mondo. E sa. Sa che qualcosa non va.

 

Senza porre altri quesiti, dopo il tè, mia madre mi invita ad accompagnarla per delle commissioni. Andiamo a fare un po’ di spesa, facciamo scorta di bottiglie di Cabernet Franc, il vino preferito di mamma, e ci fermiamo dal macellaio, aperto anche in pausa pranzo.

All’uscita dal negozio, mi schianto contro un cliente, in ritardo pure lui.

«Oddio, mi scusi!» Esclamo mortificata.

«Agnese?»

Quella voce mi fa immediatamente alzare gli occhi fino a incontrare due occhi azzurri come il cielo.

 

«Luca. Ciao. Quanto tempo.» Il cuore sembra volermi uscire dal petto tramite la gola.

Entrambi piuttosto impacciati, rimaniamo fermi sulla porta a osservarci.

Lui sembra ancora più in forma di allora; gli è cresciuta la barba e gli si sono formate delle piccole rughe attorno agli occhi. Insomma, l’età sembra avergli fatto bene.

Penso a come deve vedermi lui. Capelli biondo scuro acconciati in una coda di cavallo ondulata, un accenno di mascara e il viso di una che è appena scesa dall’aereo. Almeno, malgrado la gravidanza gemellare, il mio fisico è ancora tonico.

            «Ciao Luca», lo accoglie mia madre. Poi si volta verso di me e dichiara: «Nes, devo andare nella profumeria di fronte. Mi raggiungi lì?»

Il suo modo di lasciarmi spazio.

            Lui ricambia il saluto e continua a fissarmi. Cercando un argomento di conversazione, mi chiede come mai sono da quelle parti, e se vivo ancora in Inghilterra.

Con un pizzico di piacere, noto che si è informato sulla mia vita.

            Gli spiego che sono tornata per aiutare mamma a preparare il trasloco e per passare l’ultimo Natale nella nostra casa.

            Dopo qualche minuto di chiacchiere, mi invita per un caffè e io, stupidamente, accetto.

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